“Le Monde” affronta la questione del confine sul Monte Bianco: «non ci vorrebbe molto» sottolinea Luciano Caveri

da | sabato 2 Gennaio 2021 - 10:30 | ambiente, montagna

“Sul monte Bianco, la guerra dei ghiacciai tra Francia ed Italia”, è il titolo di un articolo pubblicato sul quotidiano francese “Le Monde” nella giornata di mercoledì 30 dicembre e poi sull’edizione cartacea, che evidenzia che “tra i due Paesi, “l’imbroglio” sul tracciato del confine sul “tetto d’Europa” dura da più do 150 anni” e che “la creazione di una “area protetta” di 32 chilometri quadrati intorno alla cima alpina, in ottobre, ha risvegliato le elucubrazioni”.

La richiesta di Papa Giovanni Paolo II
“Siamo a settembre 1986, in una bella giornata di fine estate – inizia il pezzo di Jérôme Gautheret – Papa Giovanni Paolo II, in vista pastorale in Valle d’Aosta, è nel suo elemento naturale, la montagna. A Courmayeur, celebra una messa sul Mont Chétif, di fronte al Monte BIanco, nella quale descrive il “Tetto d’Europa” come il simbolo di un continente che stava per essere riunito. Al termine della celebrazione, chiede ai suoi ospiti una richiesta molto semplice: di essere portato in elicottero sulla cima. Ma questa richiesta provoca negli organizzatori un profondo imbarazzo. «Quando abbiamo contattato i francesi ci hanno detto: “Portare il Papa è complicato, è un problema internazionale”. Non volevamo provocare un incidente diplomatico. Allora, alla fine, abbiamo deciso di farlo scendere sul ghiacciaio, un po’ più in basso. Ma la vecchia guida che lo accompagnava era a disagio: per tutta l’escursione era preoccupato all’idea che il Papa potesse sparire sotto i suoi occhi, in un crepaccio». L’uomo che racconta questo aneddoto, più di trent’anni dopo, si chiama Luciano Caveri. A lungo parlamentare (è stato rappresentante della Valle d’Aosta alla Camera dei Deputati italiana dal 1987 al 2001, e al Parlamento europeo dal 2000 al 2003), ha oggi la delega alle politiche europee nel Consiglio della Regione autonoma. E ci riceve ad Aosta, in un grande ufficio con vista sulle montagne, in cui il principale elemento di decorazione non è altro che una gigantesca stampa del massiccio del Monte Bianco. «All’epoca, non sapevo nulla di questo episodio. L’ho saputo solo qualche anno fa dalla bocca della guida – confida – È assurdo ma è così: in quel punto non siamo d’accordo sulla linea di confine».

«Storie di tane di marmotte»
“Dal momento che si tratta di tre tratti desolati situati a più di 3.000 metri di altitudine – continua il giornalista francese – disabitati e sprovvisti di strada (la sola infrastruttura di rilievo è Punta Helbronner, dove arriva la teleferica panoramica “Skyway Monte Bianco”, che parte da Courmayeur), la questione potrebbe sembrare aneddotica. Ma dal punto di vista dei simboli, è un’altra storia. Perché il punto più alto delle Alpi è investito, da un lato e dall’altro del confine, di una carica identitaria considerevole, che fa sì che il minimo incidente possa scatenare reazioni passionali.
L’ultimo episodio risale al mese di ottobre, dopo la firma da parte del prefetto dell’Alta Savoia di un decreto che istituisce una “area protetta” sul Monte Bianco, a seguito di un annuncio di Emmanuel Macron il 23 febbraio, dopo una visita nella regione. Il problema è che questo decreto definisce un territorio di 32 chilometri quadrati che sconfina su tre zone in discussione, il Monte Bianco stesso, il Dôme du Goûter ed il Glacier du Géant, zone che l’Italia considera parte integrante del proprio territorio nazionale. Subito, Luigi Di Maio, ministro italiano agli affari esteri, ha comunicato la sua «grande delusione», aggiungendo che le misure per regolamentare le attività umane a salvaguardia della fauna e della flora «non potranno avere nessun effetto e non sono riconosciute dall’Italia». Una rimostranza considerata troppo tiepida dalla destra sovranista italiana.
Il 18 ottobre Francesco Lollobrigida, capogruppo di Fratelli d’Italia (neofascista) alla Camera dei Deputati, interroga il governo sulla sua inattività, accusando la Francia di aver «rubato il Monte Bianco». Il 22 un piccolo gruppo di militanti della Lega di Matteo Salvini (estrema destra) si fa fotografare ai piedi del massiccio, con un cartello bilingue «Giù le mani dal Monte Bianco» ed in francese «Touche pas au Mont Blanc». Lo slogan sarà ancora ripreso per qualche giorno dal gruppo di opposizione.
«È uno degli argomenti che, per il 99 per cento del tempo, non hanno nessun rilievo. Ma quando la discussione comincia, diventa subito esplosivo», confida un diplomatico romano, stupito che tali tensioni possano apparire all’improvviso, per quello che un suo collega chiama «storie di tane di marmotte»”.

Il tratto di penna del militare francese
“Per capire l’origine di questo litigio, bisogna tornare indietro di più di un secolo e mezzo – prosegue Gautheret, ricostruendo la storia del confine sul Monte Bianco – al Trattato di Torino, stipulato il 24 marzo 1860, grazie al quale quello che non era ancora pienamente Regno d’Italia cede alla Francia di Napoleone III la Savoia e la contea di Nizza. Questo trattato viene compiuto nei mesi seguenti grazie a due protocolli poi da una «convenzione sulla delimitazione dei confini», firmata nel 1861 e un «verbale di delimitazione», concretizzato l’anno seguente.
I testi del 1860 e 1861 comprendono una nota che vuole essere senza dubbio chiara e incontestabile, ma non lo è per nulla: «Il nuovo confine seguirà il limite attuale fra il ducato di Savoia e il Piemonte». Il problema è che queste due entità formavano fino ad allora e da secoli (se si fa eccezione per il periodo napoleonico) due parti di un solo e unico insieme territoriale, tanto che non si era mai proceduto ad una delimitazione precisa.
Nei protocolli successivi alla conclusione del trattato, le parti «ammettono come documenti topografici per la cresta delle Alpi la carta al 1:50000 dello stato maggiore sardo». Questa carta è conservata negli archivi di Stato, a Torino, e continua ad essere la chiave di volta dell’argomentazione italiana. Malgrado il suo carattere impreciso (i rilievi non erano cartografati nel XIX secolo con la stessa precisione di oggi), traccia chiaramente un confine che segue la linea di cresta. «È la logica che prevale ovunque in Europa, dal momento che si tratta di confini montani, secondo il Trattato di Utrecht del 1713. Ci si basa sulla linea di demarcazione delle acque» sottolinea Luciano Caveri, che ha portato molte interpellanze sull’argomento presso la Camera dei deputati italiana, ma anche al Parlamento di Strasburgo. La Francia considera questa linea troppo imprecisa per essere affidabile. La Francia possedeva una copia della carta dello stato maggiore sardo, ma essa è andata perduta nel 1940, durante l’esodo. Non ne esiste che una fotografia, di qualità piuttosto scarsa.
Il punto di vista francese, invece, si basa su rilievi più recenti, effettuati nel 1865 dal capitano Jean-Joseph Mieulet (1830-1897), un militare francese incaricato di realizzare la carte di stato maggiore della zone e che, con un tratto di penna, ha inglobato i ghiacciai della cima del Monte Bianco, includendo così interamente il “Tetto d’Europa” all’interno dei confini francesi.
Nel 1877, per giustificare questo gioco di prestigio, lo storico e geografo Charles Henri Durier (1830-1899) spiega: «Quando il Monte Bianco divenne celebre, si è attribuito più valore al suo possesso (…) Dopo la cessione della Savoia, le Alpi dovevano segnare la separazione tra Italia e Francia, ed era naturale che la linea di confine seguisse la cresta della catena montuosa. Una gentile concessione del governo italiano fece una eccezione per il Monte Bianco». Peccato che nessun documento menzioni un simile gesto.
Senza che sia stato mai riconosciuto dalle autorità italiane, il tracciato dello stato maggiore francese si impone di fatto, mentre il Regno d’Italia, troppo occupato a perfezionare la propria unità, accetta il fatto compiuto, senza mai dirlo esplicitamente. Sarebbe stato possibile uscire dall’ambiguità dopo la seconda guerra mondiale, nel momento delle discussioni che hanno portato al trattato di Parigi, nel 1947, che rettifica in molti punti il confine tra i due Paesi, restituendo alla Francia più di 700 chilometri quadrati di territorio, ma i partecipanti si sono ben guardati dall’evocare l’argomento”.

L’unica certezza è che nessuno è d’accordo
“Anche lo status quo è rimasto – ribadisce il giornalista di “Le Monde” – In tutte le scuole francesi, gli studenti hanno imparato a memoria che il Monte Bianco, la cima più alta d’Europa, è in Francia, mentre sull’altro lato del confine gli insegnanti italiani ripetevano che la cima è divisa tra i due Paesi. Questo stato di fatto è di tanto in tanto turbato da qualche incidente, causato da decreti francesi sulle zone contestate. A settembre 2015, a fronte dell’afflusso dei turisti per l’apertura della nuova funivia “Skyway Monte Bianco”, sulla Punta Helbronner, il municipio di Chamonix (sovrano, secondo il punto di vista francese) aveva posto barriere e cartelli che avvisavano della pericolosità del ghiacciaio.
Subito, sul lato italiano, si era reagito «all’arroganza» e all’invasione del territorio. La questione era arrivata fino al governo, prima di placarsi. A giugno 2019, un decreto che vietava il sorvolo in parapendio sui due comuni francesi di Saint-Gervais e Chamonix, sempre per ragioni di sicurezza, aveva provocato la rabbia degli Italiani. Anche questa volta, le proteste erano arrivate fino ai vertici dello Stato.
Dopo la metà degli anni 90, riunioni interministeriali vengono organizzate ogni volta che si riaccendono gli animi, arrivando ogni volta alla stessa conclusione, non è possibile decidere. «In ogni caso la sola conclusione possibile in questo tipo di riunioni è constatare che non si è d’accordo. Si parla comunque di una rettifica dei confini, questo si decide tra capi di Stato», sottolinea un diplomatico francese. Così ciascuno resta sulle proprie posizioni contando i propri sostenitori. Per esempio, Berlino e Vienna appoggiano il tracciato italiano, mentre Londra preferisce l’ottica francese. Sulle sue carte militari, la “Nato” riporta la versione italiana, mentre “Google Earth” e “Google Maps” riportano i due tracciati, in una ambiguità accademica. Le carte dell’Office fédéral de topographie suisse, invece, sono cambiate diverse volte, adottando la versione italiana fino al 1963, poi la linea francese fino al 2018, prima di ripiegare sulla neutralità, parlando di «territori contesi»”.

«Il coordinamento dei soccorsi funziona perfettamente».
Così Jérôme Gautheret conclude: “«Territori contesi» nel 2020, sulle Alpi? L’espressione fa sorridere il sindaco di Courmayeur, Roberto Rota. Anche se lui riconosce le tensioni ricorrenti con gli eletti dell’altro lato del confine, tiene a sottolineare che «la cosa più importante resta il coordinamento dei soccorsi» e che, su quel punto, le cose funzionano perfettamente. «Nessuno vuole piantare la propria bandiera sulla cima del Monte Bianco e, in ogni caso, in montagna i confini sono variabili», ribadisce l’assessore.
«Se Emmanuel Macron e Giuseppe Conte si occupassero dell’argomento, non ci vorrebbe molto», vuole credere Luciano Caveri. A rigor di logica, l’argomento potrebbe essere prima o poi all’ordine del giorno delle discussioni in previsione di un Trattato del Quirinale che, sul modello del Traité de l’Elysée tra Francia e Germania, offra un quadro di cooperazione stabile e formalizzato tra Francia e Italia e al quale i due Paesi lavorano dal 2017. A meno che non si pensi che la soluzione migliore sia di restare nel torbido, per non risvegliare rancori tra due Paesi che credono di conoscersi molto bene”.

Fonte: Le Monde
Traduzione di Elena Meynet

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